Storia

GRANCIA: cenni storici


Grancia fino al 1825 faceva parte del comune di Carabbia e con esso, ecclesiasticamente, dipendeva dal Concilium de Sancti Petri de Pambio. Dapprima Carabbia e successivamente nel 1670 anche Grancia divenne parrocchia autonoma, dietro il versamento di 25 scudi d’oro a quest’ultima. Grancia, piccolo comune alla periferia di Lugano, ebbe nel tempo sempre una vocazione agricola, finché le nuove vie di comunicazione, l’autostrada ed i successivi insediamenti industriali e commerciali ne hanno via via cambiato l’aspetto come per tutta la vallata

circostante. Anche gli avvenimenti storici che hanno caratterizzato la vita ticinese dei secoli scorsi hanno lasciato delle tracce, benché la documentazione sul Comune non sia facilmente reperibile. Si sa, per esempio, che Grancia fu devastata e saccheggiata nel 1501 dai mercenari svizzeri in guerra con i francesi che occupavano il  Luganese. Le nostre terre restarono legate al Ducato milanese dei Visconti fino al 1513, quando i cantoni svizzeri entrarono in possesso dei baliaggi ticinesi.

Sotto questo regime, durato fino al 1803, si situa un personaggio di notevole levatura intellettuale, l’abate Giuseppe Vanelli, originario
di Grancia. Questo religioso molto diede alla causa per l’indipendenza delle idee nuove, nate dalla Rivoluzione Francese.

Di fatto però il rinnovamento politico fu nelle terre ticinesi, come in ogni altra parte del territorio elvetico, opera di una minoranza di intellettuali e di notabili, fra i quali numerosi sacerdoti. Invece la massa popolare, specie nelle campagne era all’inizio avversa a qualsiasi moto rigeneratore.

Secondo lo storico milanese Rinaldo Cadeo che studi ò in modo approfondito questo periodo storico, il caposcuola nel Luganese della penetrazione delle nuove dottrine di libertà ed indipendenza, fu proprio l’abate Giuseppe Vanelli di Grancia, estensore della “Gazzetta di Lugano”, che con altri intellettuali e religiosi operava nei tre club giacobini della città.

Alcuni volevano l’indipendenza assoluta, altri più moderati maggior autonomia, pur restando nella Repubblica Elvetica. La terza e più ardita tendenza, per affinità di lingua, di relazioni economiche e culturali, sembrò attratta da Milano e dalla Repubblica Cisalpina che tendeva ad annettere il Sottoceneri.

Nel 1798 i Patrioti, così erano chiamati i filocisalpini luganesi, tra cui il Vanelli, venivano indicati come “briganti”, “traditori della Patria” e “giacobini”. Quando nella primavera del 1799 i francesi si trovarono momentaneamente in difficoltà militari, gli abitanti dei cantoni italiani sfogarono il loro malcontento ribellandosi alle nuove autorità e perseguitando i partigiani della Francia e del nuovo ordine.

Fu così che il 28 aprile 1799 bande di contadini armati ed inferociti, provenienti da tutti i comuni del Luganese si riversarono sulla città che diventò teatro di disordini e di violenza, ed incominciò allora una caccia spietata ai Patrioti che tentarono invano di mettersi in salvo. Tra gli arrestati c’era pure l’abate Vanelli, trascinato con altri davanti all’albero della libertà, sulla piazza di Lugano ed ucciso a fucilate.

Seguirono anni di lotte oltre che di carestia e nera miseria e sarà finalmente nel 1803 che, con l’Atto di Mediazione firmato da Napoleone Bonaparte, la Svizzera torna ad essere Confederazione, ma di diciannove Cantoni, tra cui il Canton Ticino che avrà la sua prima Costituzione, il suo primo Governo cantonale di nove membri ed il suo primo Gran Consiglio composto di 110 deputati.


GRANCIA: origine di un nome

 

Un antico atto di vendita di beni, datato del XIII secolo e pubblicato dal prof. Brentani nel

Codice Diplomatico ticinese porta il nome del Comune; questo induce a pensare che la

storia di Grancia cominci ad essere scritta settecento anni fa.

Diverse le versioni sull’origine del nome Grancia, trasformatosi nel tempo da Granza

(1460); Lagrancia (1599); Lagrantia (1659) e più tardi in La Grancia.

Indicativo è lo stemma del Comune, suddiviso verticalmente in tre parti, con ai lati due

pannocchie gialle in campo blu ed al centro la spada di S.Cristoforo:

 

San Cristoforo è il patrono della nostra Chiesa e viene menzionato già negli “Atti”

(raccolti ed ordinati dal Dott. Santo Monti (1892-1894), delle visite di Mons.Niguarda,

vescovo di Como, alle parrocchie ticinesi (1590). In questi Atti si trova la descrizione

della chiesa, nella quale vigeva “l’obbligo” di Messa due volte l’anno, dedicata a San

Cristoforo e rinnovata verso il XVI secolo;

 

Il miglio sembra invece ripreso dall’antico nomignolo “Panighei”, dato agli abitanti del

luogo, dove vaste erano le coltivazioni di questo cereale. Nutrimento principale erano

infatti un tempo “castegn e panigh”. Secondo l’armoriale dei Comuni ticinesi di Gastone

Cambin, il nome del paese deriverebbe da granaio, perché anticamente da Brusi

mpiano erano portati grandi quantitativi di grano che venivano macinati nei mol

ini esistenti lungo la roggia del Pian Scairolo, di cui Grancia era il principale deposito.

Altre fonti fanno invece pensare che i monaci del convento di Torello possedessero

parecchie terre nel Pian Scairolo e laddove essi edificarono una casa e una cascina per la

raccolta del panico, del fieno e delle castagne, maggiori risorse della zona, nacque il primo

nucleo (la Barina), di quello che è oggi il nostro Comune.

 

La storia di Grancia, come quella di altri comuni della zona, è sicuramente legata al

convento di Torello, dove nel 1169 Sebastiano della Torre (nobile famiglia originaria di

Mendrisio), fondò un monastero che il vescovo di Como, Guglielmo della Torre, ampliò nel

1218. Nel 1226 ne consacrò la chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo. Per molto

tempo la festa dell’Assunta fece affluire in processione tutta la gente del Pian Scairolo e

della collina al monastero di Torello, dove vivevano i monaci, chiamati Canonici Regolari di

S.Maria di Torello, ordinati secondo le regole di Sant’Agostino.

 

Nel 1226 alla morte di B.Guglielmo tutti i suoi beni in Carabbia, Carona, Grancia e Barina

vennero legati al Convento e queste comunità, che vengono sempre indicate separatamente nel atti del tempo, erano obbligate a pagare un canone annuo quali fittavoli per i beni di Torello, fino al 1852 quando lo Stato, con una famosa e discussa legge, abolì i

monasteri, ne proibì la fondazione di nuovi e incamerò tutti i beni delle varie congregazioni

ticinesi.

Così finì anche il collegio Sant’Antonio di Lugano, fondato nel 1586 dai Gesuiti, con le rendite appunto del Convento di Torello.

 

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